Come abbiamo avuto modo di leggere in questi ultimi giorni, l’accordo stipulato al termine della COP21 di Parigi è giuridicamente vincolante per tutti i paesi (186) che l’hanno ratificato e sembra offrire concretamente una speranza per un futuro più pulito, anche se, come confermano gli addetti ai lavori, effettivamente potrebbe non essere sufficiente. In ogni caso, il team di Regran, ha salutato con fiducia ed entusiasmo quanto è emerso a seguito della stipula dell’accordo del 12 Dicembre, che può essere analizzato in dettaglio, scaricando il seguente allegato.

 

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Ma andiamo a vedere con ordine quello che è successo durante il summit che, attraverso complesse trattative tra interessi non sempre condivisi fra i vari paesi, ha, ad ogni modo, prodotto un accordo partecipato in grado di aprire nuovi scenari per le politiche ambientali.

Come ben saprete, la COP21 è stata la XXI Conferenza delle Parti sul cambiamento climatico; si è tenuta a Parigi ed attorno ad essa sono velocemente cresciute notevoli aspettative, in quanto ha rappresentato il più autorevole incontro tra i rappresentati delle nazioni mondiali in merito ad una politica comune e coordinata ai fini di un contenimento degli effetti negativi portati dai cambiamenti climatici e dal riscaldamento globale.

Il summit è stato inaugurato il 30 Novembre e avrebbe dovuto concludersi entro dodici giorni, l’11 Dicembre. Tuttavia le operazioni sono durate più del previsto: la firma dell’accordo globale più volte è stata rimandata per le evidenti posizioni contrastanti e faticosamente conciliabili dei rappresentanti seduti al tavolo delle trattative.

Di certo prevedibile si è rivelata l’opposizione di alcuni paesi in via di sviluppo circa la riduzione da 2 a 1,5 gradi centigradi del limite della soglia massima per l’aumento della temperatura media rispetto ai livelli preindustriali: tali paesi, in virtù di una limitazione più rigida, avrebbero chiaramente sofferto un drastico ridimensionamento delle loro economie industriali. Così come le economie emergenti, in primis India e Cina, due tra i maggiori produttori attuali di gas serra, si sono vivamente schierate contro lo sforzo uniforme di tutti i paesi alla riduzione delle emissioni, facendo leva sulle responsabilità storiche proprie dei paesi industrializzati, a cui – e questo dato è ormai universalmente accettato – si deve comunque l’aver contribuito in maniera decisiva alle emissioni atmosferiche negli ultimi 60 anni.

La bozza finale dell’accordo è arrivata durante la mattinata del 12 Dicembre, dopo una lunga nottata di trattative; il documento è stato infine approvato dall’assemblea in serata e da più parti è stato definito come un passaggio storico: ne è emersa una mediazione tra le molteplici posizioni assunte dai vari paesi durante i lavori, il necessario compromesso utile affinché il testo stesso dell’accordo possa avere una validità esecutiva.

 

Questi gli aspetti fondamentali che i paesi dovranno monitorare:

  • Variazioni della temperatura: i partecipanti si impegnano a frenare l’incremento della temperatura media al di sotto dei 2 gradi rispetto all’era preindustriale con un successivo onere a fare quanto possibile per limitare l’aumento a 1,5 gradi.
  • Cronoprogramma: i paesi che hanno approvato l’accordo di Parigi si impegnano a esprimere periodicamente i progressi raggiunti. Un primo controllo globale dei risultati è previsto per il 2023 mentre le verifiche successive avranno luogo a cadenza quinquennale.
  • Compensazioni: in base all’accordo della XXI Conferenza delle Parti sul cambiamento climatico di Parigi, i paesi sviluppati si impegnano nei prossimi anni a rendere fruibili nuovi fondi a sostegno dei paesi in via di sviluppo impegnati nella lotta al cambiamento climatico con l’obiettivo di dar vita ad un fondo da 100 miliardi di dollari all’anno.
  • Lotta agli effetti dei cambiamenti climatici: si è definito l’impegno comune a ostacolare gli effetti della variazione climatica in modo da limitare i danni alle persone ed al territorio. In questo senso si invitano i paesi sottoscriventi a sostenere lo sviluppo di sistemi di allerta, di pianificazione degli interventi e di valutazione del rischio.

 

Risulta effettivamente doveroso sottolineare il traguardo storico raggiunto con gli accordi della COP21 di Parigi nella lotta ai cambiamenti climatici e questo poiché per la prima volta una parte degli impegni inseriti nel documento finale sarà inderogabile per i paesi aderenti. L’altro indubbio esito positivo del summit parigino è l’aver attivamente coinvolto paesi come Stati Uniti e Cina i quali hanno svolto un ruolo decisivo anche sul fronte diplomatico.

Certo è che il documento approvato con entusiasmo alla COP21 rappresenta attualmente solo il primo passo di un lungo iter ancora impervio e complesso. Difatti, prima di generare effetti concreti, l’accordo dovrà essere ratificato dai singoli paesi e dalle organizzazioni sovranazionali presenti alla conferenza. In tal senso è lecito immaginare che l’adesione al trattato possa avvenire presso la sede delle Nazioni Unite dal 22 aprile 2016 al 21 aprile 2017.

Da Parigi parte quindi un percorso mai battuto che chiama tutti noi cittadini all’assunzione di nuove responsabilità. Come è emerso chiaramente alla vigilia della conferenza sui cambiamenti climatici, questa potrebbe essere l’ultima occasione preventiva prima che le conseguenze del riscaldamento globale divengano un problema difficilmente governabile. Con la fiducia che non si ripeta il complesso di veti ed interessi contrapposti che hanno reso inconsistenti parecchi degli impegni del protocollo di Kyoto, noi di Regran ci auguriamo che un futuro pulito sia proprio lì, a portata di mano.

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